“Sbagliando si impara”, dice un famoso detto. Ma in campo scolastico, come nella vita di tutti i giorni, è davvero così?
O meglio, come è considerato, in particolare nel panorama della scuola, l’errore? Una parte naturale del processo di apprendimento o un aspetto da penalizzare in quanto dimostrazione di non aver effettivamente compreso e appreso una qualsiasi nozione o capacità? Di non aver raggiunto un obiettivo prefissato?
A scuola si va per imparare, questo è noto a tutti. Ciò che ancora ci si chiede, però, è quale sia il metodo migliore per farlo.
Per poter rispondere a questa domanda è necessario ragionare sulla base degli studi e delle conoscenze scientifiche più recenti e che si prefiggono lo scopo di rispondere a domande importanti che troppo a lungo, negli anni, sono state ignorate.

Prima tra tutte: ha davvero senso giudicare i bambini a scuola attraverso una scalata di valutazione? 

Non si rischia così di appiattire il percorso di crescita, limitando i bambini in una valutazione numerica selettiva e dimostrando che l’errore è un aspetto da considerare universalmente penalizzante?

C’è chi sostiene che i voti scolastici ostacolino il libero e innato piacere di scoprire e imparare insito nei bambini, creando ansia, confronti inutili, competizione e il continuo alternarsi di successi e fallimenti.
La scuola non dovrebbe essere una gara, perché la competizione scolastica è inutile e i bambini apprendono meglio collaborando e imparando dai propri errori piuttosto che dal giudizio dell’adulto di riferimento, per di più espresso da un numero.
Maria Montessori, per esempio, educatrice, pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e scienziata italiana, internazionalmente nota per il metodo educativo da lei ideato e che prende il suo nome, ha sempre ritenuto i voti scolastici un elemento inutile e alcune volte dannoso.
Questo perché, con i voti, il bimbo che sin da piccolo si nutre di gratificazioni esterne, per non prendere voti insufficienti cercherà di evitare di fare le cose che sente di non sapere ancora bene o si sentirà inadatto se non riuscirà a farle, se prenderà voti non buoni. Diversamente, il bambino che non riceve voti e si impegna perché vuole saper fare, è più aperto e più legato all’esplorazione degli strumenti ed ha una grande voglia di affrontare sfide.
Oltre a Maria Montessori, anche Davide Tamagnini, sociologo e maestro nella scuola primaria, al posto dei voti, suggerisce una griglia articolata in diverse voci, in cui riportare tutte le considerazioni su quello che il bimbo sta effettivamente facendo.
«E’ una tabella di monitoraggio nella quale sono riportate le “traduzioni” più comprensibili degli obiettivi che il programma didattico scolastico richiede di raggiungere e superare», spiega il maestro, autore del libro «Si può fare. La scuola come ce la insegnano i bambini», edizioni La Meridiana.

Come funziona l’apprendimento tradizionale?

Lezione frontale insegnate/alunni, ascolto passivo, interrogazioni e verifiche scritte e orali utilizzate come strumento di verifica dell’apprendimento e una valutazione considerata assoluta e non soggettiva (quindi fatta senza tener conto del contesto, della personalità del bambino, del suo punto di partenza e del suo sviluppo oltre che della sua situazione emotiva attuale).

 

Questo è il metodo di istruzione e apprendimento classico che per anni è stato utilizzato e che per molti versi è in uso ancora oggi nella maggior parte delle scuole tradizionali.
Una serie di strumenti che per loro natura portano a selezionare e privilegiare un certo tipo di studente, quello che riesce a imparare senza difficoltà secondo modalità precise e prestabilite. Tuttavia, questo modello che ancora pervade la cultura didattica della maggior parte delle scuole, si è dimostrato migliorabile sotto diversi aspetti.
La mente dei bambini è come una spugna, «una mente assorbente», come la definì Maria Montessori, perché è caratterizzata da una grandissima plasticità neuronale che le consente di assorbire ciò che riceve dall’ambiente circostante con estrema facilità e naturalezza.
I bambini hanno il vantaggio di non essere ancora in grado di attivare, nei confronti di ciò che imparano, le forme di resistenza tipiche del pensiero razionale, un pensiero che inizia a manifestarsi soltanto con la pre-adolescenza e che consente a ciascuno di noi di ragionare sui propri pensieri e quindi, eventualmente, di impedire a certe conoscenze di diventare parte del nostro patrimonio e di scegliere quindi cosa apprendere.
Se, quindi, la prima condizione idonea per imparare al meglio è un ambiente adatto, favorevole e stimolante, la seconda è lasciare che il bambino stesso faccia esperienza delle sue nuove conoscenze attraverso l’esplorazione pratica e sensoriale. Per imparare, infatti, un bambino ha la necessità fisiologica e neurologica di collegare le nuove conoscenze apprese con quelle già acquisite dalla sua esperienza e in suo possesso, e di consolidarne di nuove mettendo in gioco le proprie risorse interiori.
Il processo di apprendimento è dunque un processo e come tale può essere più o meno lento ma in ogni caso diverso per ognuno.
Perchè di fatto ognuno ha i propri tempi di apprendimento, soprattutto i bambini!  Può infatti accadere, spesso in realtà, che un alunno provi e riprovi, sbagli ripetutamente ma poi, improvvisamente, capisca e faccia progressi veloci e apparentemente inaspettati.
E’ fondamentale comprendere che ognuno di questi passaggi, compreso l’errore, è fondamentale e utile in tutto il naturale processo di apprendimento, mentre risulta sconveniente se non addirittura dannoso ostacolarlo o bloccarlo con verifiche e valutazioni volte a definire univocamente cosa è giusto e cosa è sbagliato, ciò che è corretto o ciò che è scorretto, evidenziando l’errore come qualcosa di penalizzante.

Due sono gli aspetti importanti da evidenziare riguardo ai voti e all’errore:

  • il primo aspetto è che l’errore fa parte del naturale processo per imparare qualcosa che non si sa, nella scuola come nella vita di tutti i giorni e che anzi, può essere fonte di grandi e ancora più stupefacenti scoperte. Il post-it, per esempio è il risultato assolutamente vincente dell’uso alternativo di una colla che non si è dimostrata efficace nell’incollare in maniera permanente.
    La torre di Pisa, anche, è un altro esempio. Un’architettura sbagliata che proprio per questo suo aspetto pendente ha avuto un successo inaspettato. E l’elenco può continuare all’infinito.
    L’errore va certamente riconosciuto, osservato e compreso per non essere più ripetuto, ma senza essere giudicato come un aspetto fallimentare dell’apprendere, bensì come un passaggio utile sebbene magari non sempre piacevole.
  • Il secondo aspetto è che dare a un bambino una valutazione non serve in alcun modo a lui per migliorare serenamente.
    Nelle scuole Montessori, per esempio, ogni insegnante tiene un diario giornaliero personale relativo a ogni singolo alunno. Un diario scolastico in cui , dopo essersi affiancato al bambino e averlo osservato nello svolgere i diversi esercizi a disposizione, annota i risultati del suo impegno, i suoi progressi e le sue aree di miglioramento e si prefigge, come suo responsabile dell’apprendimento, di proporgli materiale e strumenti per migliorare e superare le difficoltà evidenziate dagli errori in maniera assolutamente personalizzata, giorno dopo giorno.
Articolo di Stella Bellomo per Bloom Sisters Sagl

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